martedì 21 febbraio 2017

Pratyahara: come praticare

Molti di voi, dopo aver letto la mia traduzione del post di David Frowley dedicato a Pratyahara, mi hanno chiesto alcuni esempi pratici per integrare questo ramo nella propria pratica. Di seguito alcuni spunti che fanno parte della mia pratica quotidiana, e che forse possono essere di aiuto a chi sta muovendo i primi passi in questo ramo dello Yoga. Si tratta di pratiche molto facili e di semplice esecuzione.

A livello di pratica fisica (asana), qualsiasi posizione (anche la più semplice) può fornirci spunti per esaminare l'interazione tra corpo, mente e sensi. Non solo attraverso il controllo e la direzione del respiro all'interno della postura, ma anche affinando la consapevolezza di ogni parte del corpo, concentrandosi sui punti di contatto con il terreno, e dirigendo il focus del nostro sguardo (drishti). Tutti elementi che, praticati contemporaneamente, contribuiscono a spostare la nostra attenzione verso l'interno, favorendo la calma mentale. Per questo motivo è importante, quando pratichiamo, scegliere un ambiente tranquillo, un momento della giornata in cui sappiamo di poter "spegnere" il contatto con l'esterno. Non solo: è importante anche imparare a praticare gli asana non tanto pensando al raggiungimento un obiettivo estetico, che per definizione è frutto di un paragone con qualcosa di esterno, quanto concentrandoci su cosa "sentiamo" quando entriamo, manteniamo ed usciamo da una posizione.

Pratyahara come abbiamo visto ha diverse forme, e una di queste (karma-pratyahara) riguarda il nostro modo di agire. Attraverso semplici gesti e osservanze, possiamo integrare Pratyahara non solo nella pratica fisica (asana), ma anche nel quotidiano. 

Alcuni esempi pratici (e semplici) possono essere un breve digiuno, la rinuncia ad un pasto o ad un alimento che ci è particolarmente gradito; l'osservanza del silenzio per un periodo di qualche ora ogni giorno o su base regolare; il contenimento dei nostri impulsi passionali; evitare di cadere costantemente nel giudizio negativo o nel pettegolezzo, e quindi prediligere parole, azioni e pensieri positivi ed empatici; la scelta di allontanarsi per qualche ora al giorno dal nostro computer, dalla televisione o dallo smartphone - e naturalmente dai social networks.

La pratica della meditazione seduta, inoltre, può essere un efficace metodo per raggiungere Pratyahara, perché in una posizione mantenuta a lungo possiamo più facilmente passare in rassegna diversi aspetti (fisici e ambientali), fino a rivolgerci con maggiore decisione verso l'interno. Possiamo concentrarci, in sequenza, sui suoni che percepiamo, su ciò che vediamo, sulle sensazioni fisiche della posizione che abbiamo scelto, fino a guidare gradualmente la nostra mente verso l'interno, eliminando consapevolmente ad uno ad uno gli stimoli esterni - capacità piuttosto elusiva durante il nostro normale stato di veglia.

Infine, una sessione di Yoga Nidra guidata può consentirci di praticare Pratyahara in Shavasana (la posizione del cadavere), con immediati benefici di rilassamento fisico e mentale. A chi di voi non avesse la possibilità di partecipare ad una classe di Yoga Nidra, insieme ad un maestro, suggerisco di provare con "Guided Meditation" e "Guided Relaxation" di Jivamukti Yoga, scaricabili dal sito Jivamukti Yoga e realizzati magistralmente da Sharon Gannon e David Life.
Altre dieci interessanti pratiche per sviluppare Pratyahara si trovano sul blog di Anthony Grim Hall, Krishnamacharya Original Ashtanga Vinyasa Krama Yoga

Buona pratica a tutti!

Pic by Alessandro Sigismondi




domenica 19 febbraio 2017

Pratyahara: il ramo dimenticato dello Yoga

Da tempo non trovavo un articolo interessante da tradurre a beneficio della comunità yogica italiana. Si sprecano ovunque i post dedicati agli asana e alla parte fisica della nostra pratica, ma negli ultimi anni è difficile trovare approfondimenti interessanti sui rami più spirituali dello Yoga. Questo ramo, in particolare, è il mio preferito. A cavallo tra i rami "esterni" e quelli "interni" della pratica, Pratyahara è la "porta" da oltrepassare per cogliere i benefici più profondi dello Yoga. Questo post, di David Frowley (uno tra i più importanti studiosi contemporanei dei testi Vedici), è disponibile nella versione in lingua originale sul suo blog "Sanskriti". Buona lettura e buona pratica!

Pic by Alessandro Sigismondi

"Lo yoga è un immenso sistema di pratiche spirituali dedicate alla crescita interiore. A questo scopo, lo yoga classico incorpora otto rami: di questi, forse il meno conosciuto è Pratyahara. Quanti praticanti o insegnanti sono in grado di dare una definizione di Pratyahara? Qualcuno di voi ha mai fatto un corso o letto un libro di Pratyahara? Siete in grado di elencare qualche pratica di Pratyahara? Il Pratyahara fa parte della vostra pratica? Eppure, se non comprendiamo questo ramo, rischiamo di perdere un tassello importante senza il quale la nostra intera pratica perde in completezza. 

Pratyahara è il quinto ramo, la sua posizione è dunque centrale, tra i rami più esterni e quelli più interni, tant'è che alcuni yogi lo incorporano tra questi. Entrambe le classificazioni sono corrette, poiché Pratyahara è la chiave che apre la porta agli aspetti più interiorizzati della pratica. 
Non è possibile passare automaticamente dagli asana alla meditazione: per farlo, dovremmo saltare dal corpo alla mente, dimenticando tutti ciò che si frappone tra loro. Per effettuare questo passaggio dobbiamo imparare a controllare e sviluppare il respiro e i sensi, che collegano il corpo alla mente. E' proprio qui che entrano in gioco Pranayama e Pratyahara. Con il primo impariamo a controllare e dirigere l'energia vitale, con il secondo impariamo a controllare e dirigere i nostri sensi; entrambi requisiti fondamentali ad una buona pratica di meditazione.

Come possiamo definire Pratyahara? Il termine si compone di due parole sanscrite, Prati e Ahara. Prati è una preposizione che significa "contro" o "lontano". Ahara è un sostantivo che significa "nutrimento", o meglio "ciò che portiamo dentro di noi". Pratyahara significa quindi "controllo di ahara", ovvero "conquista sulle influenze esterne". E' paragonabile ad una tartaruga che ritira le sue membra nel suo guscio, dove il guscio rappresenta la mente, e le membra rappresentano i nostri sensi. Il termine viene comunemente tradotto come "ritiro dai sensi", ma implica molto più di questo. 

Nel pensiero yogico esistono tre livelli di "ahara", o nutrimento. Il primo è il nutrimento fisico che ci consente di ingerire i cinque elementi fondamentali per il nostro corpo. Il secondo sono le impressioni, che portano in noi le sostanze sottili necessarie al nutrimento della mente, ovvero le sensazioni che percepiamo attraverso vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Il terzo sono le nostre associazioni, coloro che sul piano del cuore nutrono la nostra anima e ci influenzano attraverso i guna, sattva, rajas e tamas. Pratyahara è a doppio senso: da un lato ci porta ad evitare cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni sbagliate, e dall'altro ci invita ad aprirci a cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni positive. Non possiamo controllare la nostra mente senza una dieta e relazioni appropriate, ma soprattutto, Pratyahara ci invita a controllare le impressioni sensoriali che rendono la mente libera di rivolgersi all'interno. Distogliendo la nostra attenzione dalle impressioni negative, Pratyahara rafforza il "sistema immunitario" della nostra mente. Proprio come un corpo sano è in grado di difendersi dagli agenti patogeni che potrebbero minare la sua salute, una mente sana è in grado di allontanare da sé le influenze negative che potrebbero danneggiarla. Se i rumori e l'agitazione del quotidiano vi provocano disagio, praticare Pratyahara vi aiuterà; senza questa pratica vi sarà impossibile arrivare alla meditazione.
Pratyahara si manifesta in quattro forme: indriya-pratyahara (controllo dei sensi), prana-pratyahara (controllo del prana), karma-pratyahara (controllo delle azioni) e mano-pratyahara (ritiro della mente dai sensi). A ciascuna forma corrisponde un metodo.

Indriya-pratyahara, il controllo dei sensi, è la forma più importante di Pratyahara, e sicuramente quella più difficile da affinare considerato il bombardamento mediatico che ci invita costantemente a fare il contrario. La maggior parte di noi soffre di sovraccarichi sensoriali, risultato dei costanti bombardamenti mediatici (attraverso televisione, internet, radio, giornali, libri, notiziari, etc.). Alla base del funzionamento della nostra società commerciale sta la stimolazione del nostro interesse attraverso i nostri sensi. Veniamo esposti continuamente a colori vividi, situazioni emotivamente forti, rumori di ogni genere. Veniamo cresciuti nell'indulgenza sensoriale, che rappresenta la forma primaria di intrattenimento nella nostra società. Ma i sensi, come bambini non educati, hanno una loro volontà, che è primariamente istintiva. Sono loro a dire alla mente cosa fare: se non li educhiamo, ci domineranno con le loro continue richieste. Siamo talmente abituati alla continua attività sensoriale, che non siamo in grado di acquietare la nostra mente. Siamo ostaggio del mondo sensoriale e delle sue fascinazioni. Ci affanniamo a rincorrere la soddisfazione dei sensi dimenticando gli scopi esistenziali più elevati. Per questa ragione, Pratyahara è oggi forse il ramo dello yoga di cui abbiamo maggiore necessità.

Il vecchio proverbio "lo spirito è forte ma la carne è debole" ben si adatta a chi non sa controllare i propri sensi. Indriya-pratyahara ci dà gli strumenti di cui abbiamo bisogno per rafforzare il nostro spirito e ridurre la sua dipendenza dal corpo. Per controllo, non intendiamo la soppressione dei sensi (che porterebbe a sua volta alla rivolta) ma la loro appropriata motivazione e coordinazione".


venerdì 28 ottobre 2016

Yoga e Social Media #2: una riflessione di Matthew Sweeney

Matthew Sweeney
Continua la serie di post dedicati al delicato rapporto tra Yoga e Social Media, questa volta con una riflessione di Matthew Sweeney, uno tra i più noti e apprezzati insegnanti di Ashtanga Yoga al mondo. Trovo il suo post, visibile in versione originale sulla sua pagina facebook, estremamente utile perché denso di suggerimenti pratici per tutti, insegnanti e praticanti. E soprattutto perché viene da un Maestro che, pur facendo un uso assolutamente limitato della comunicazione in generale e dei social in particolare, è famosissimo per la sua serietà e preparazione. Buona lettura!
Yoga and Social Media, di Matthew Sweeney (28 ottobre 2016)
"Ai giorni nostri, i social media stanno assumendo un ruolo fondamentale nel mantenimento dell'integrità delle pratiche spirituali come lo Yoga. Se accettiamo la premessa che lo Yoga, a qualsiasi livello, riguardi il benessere fisico, psicologico o spirituale dell'individuo, la mia domanda è: quando i social media cominciano ad ottenere l'effetto opposto? Sebbene il marketing e i social possano essere un utile strumento di promozione, se usati oltre misura possono produrre un impatto negativo.
Ad esempio, qual è l'effetto del guadagnare followers su Instagram, o nuovi amici e likes su Facebook? Cosa indicano questi risultati in termini di status e professionalità? Senza dubbio possono aiutarci ad aumentare il nostro business, ma la domanda a questo punto è: cosa aumenta, in realtà? Se il fine dello Yoga è il benessere (e il benessere può solo essere la liberazione dalla sofferenza, ma per il momento, chiamiamolo semplicemente benessere...), avere più followers rappresenta davvero una forma di benessere? Forse, rappresenta il benessere del nostro profilo social... o il benessere delle nostre dipendenze. Quindi la domanda non è se i social media sono di sostegno alla nostra attività professionale, ma se contribuiscono all'aumento delle nostre forme di attaccamento, invece che aiutarci a liberarcene.
Il benessere che ricerchiamo è tangibile, reale, non immaginato. Il fine primario dello Yoga è qualcosa di chiaro e dimostrabile. La linea evolutiva di chi pratica Asana è schematica: 1) salute fisica, 2) salute psicologica e 3) liberazione dalle forme di attaccamento. 
Il primo punto che desidero argomentare è che il 3) non dipende dal 1). Non è necessaria la salute fisica per essere liberi da ogni forma di attaccamento. Può aiutare: ma non è necessaria. 
In secondo luogo, esistono aspetti dell'uso dei social che manifestano l'opposto del benessere, e quindi l'opposto dello Yoga. Ad esempio, una dipendenza dall'ottenimento di "likes", la competizione tra colleghi nel guadagnare più followers, il mettere la propria attività professionale nelle mani di un mezzo che è capriccioso e separato dalla realtà, o semplicemente pavoneggiarsi in Asana particolarmente difficili. 
Attenzione: non sto dicendo di non usare i social media. Sto esprimendo il mio parere sul come farlo. 
Non c'è nulla di male nei social media. Come molte altre cose nella vita, non è tanto ciò che questo mezzo fa, ma come lo si usa. Vorrei mettere in luce tre particolari punti: 
1. Yoga > Asana > Identità corporea > Social Media = NON Yoga
2. L'insegnante di Yoga è un Educatore, non una star cinematografica
3. L'importanza della meditazione.

1. Social Media
Asana e Meditazione spesso sembrano in conflitto per chi insegna e/o pratica Asana. La domanda qui riguarda l'importanza del corpo. E' davvero così importante? In senso generale, no. In senso personale, si. Quindi, identificandoci con il corpo e con la personalità, non siamo sulla strada che porta a livelli elevati di consapevolezza. Non sto dicendo di abbandonare il corpo, ma di inserire la mente e il corpo nel giusto contesto. 
Se diamo troppa importanza al corpo, la mente e l'ego ne guadagnano altrettanta. All'opposto, una volta che mente ed ego vengono messi al servizio del sé, e della coscienza e spiritualità dell"osservatore", allora il corpo diventa un veicolo volontario piuttosto che un ostacolo. Comunque sia, se qualcosa rappresenta per noi un ostacolo, secondo lo yoga dobbiamo trattarlo con rispetto ma senza indulgervi troppo. 
Perciò... tornando ai social media: sono pronto ad essere nessuno? Se stiamo cercando di essere qualcuno... stiamo mancando l'obiettivo. 
Se consideriamo la direzione della linea evolutiva sopra esposta (Yoga > Asana > Identità corporea > Social Media = NON Yoga), per la maggior parte dei praticanti l'iniziale atteggiamento di approccio alla pratica può essere corretto ma se ci si concentra solo sugli Asana, si finisce con il concentrasi solo sul corpo. Più ci si identifica con il corpo, più si sviluppa una forma di attaccamento. Questa linea evolutiva è riduzionista, non espansionista. Uno dei risultati può essere una dipendenza dai social media; il loro uso eccessivo e una eccessiva indulgenza ad ottenere likes, amici, popolarità e successo superficiale. Qualcosa che ci allontana dal cammino dello Yoga in modo radicale. Non lasciamoci travolgere. 
Continuiamo a postare foto in posizioni difficili, verticali sulle mani, asana in bikini o shorts, o centinaia di hashtag per ottenere consensi e followers? Se è così, stiamo probabilmente sviluppando una dipendenza nei confronti del nostro ego e del nostro corpo, ben lontana dal concetto più volte ripetuto nello Yoga di "lasciar andare". La sofferenza nasce dall'attaccamento, e l'attaccamento deriva dall'identificazione mente-corpo. Solo quando riusciamo sinceramente ad abbandonare i nostri condizionamenti, il nostro corpo e la nostra personalità, possiamo dire di praticare veramente Yoga. 
Non voglio dire che chi NON usa i social ha una coscienza più elevata di chi lo fa. Certo, chi non li usa ha forse una maggiore opportunità di arrivarci rispetto a chi è dipendente dai social. Perciò imploro studenti e insegnanti, di smettere di dare così tanta importanza a ciò che è esteriore, apparente e visivo. Smettete di usare in modo eccessivo i social media, e non incoraggiate chi è dipendente dai social a perpetrare questo atteggiamento dannoso. 
Recentemente ho letto un post interessante scritto da un insegnante di Yoga proprio in merito all'abuso dei social. Tuttavia, questa insegnante ospitava proprio in quei giorni un altro maestro, che invece è esageratamente esposto su questi mezzi di comunicazione, e che rappresenta ben poco l'essenza dello Yoga. Un simile atteggiamento è quanto meno ambiguo: se decidete di prendere una posizione, fatelo in modo chiaro, a parole e attraverso le vostre azioni. 
Di seguito espongo la lista dei miei personali suggerimenti sull'uso dei social media. Chi decide di utilizzarli, a mio parere dovrebbe cercare di postare:
1. Pochi Asana di elevata difficoltà. Non dico di non farlo del tutto. ma di attenersi ad una media ragionevole, 1 post su 10, per esempio. Ogni tanto è giusto far vedere di cosa si è capaci, ma dobbiamo ricordarci che farlo non aiuta nessuno. Se davvero vogliamo aiutare qualcuno, mostriamo una posizione adatta a tutti e spieghiamo come praticarla in modo sicuro. 
2. Basta con le verticali sulle mani (sinceramente sono arrivato alla totale insofferenza rispetto ai post di verticali praticate in ogni modo possibile). Se continuate a postare verticali, il messaggio che date è che vi limitate a pavoneggiarvi, e che siete piuttosto fermi nel vostro sviluppo spirituale. Smettetela di fare verticali per un anno, e cominciate a meditare. 
3. Riducete il numero di foto in bikini o costume da bagno. Ritengo davvero che sia inutile postare se stessi seminudi, e pubblicizzare in questo modo il proprio corpo. E' inoltre una tendenza alla sessualizzazione dello Yoga, e visto ciò che accade ultimamente nel mondo, non mi sembra il modo ideale per promuovere lo Yoga. E soprattutto, indica ancora una volta il nostro attaccamento al corpo, alla costruzione di una relazione tra ego e corpo che contrasta l'evoluzione spirituale che ci vuole capaci di distaccarci dal materiale. Non è necessario essere orgogliosi né vergognarsi del proprio corpo. Semplicemente, disidentificatevi dal corpo. 
4. Confini individuali. Siate cauti rispetto alle informazioni personali che diffondete nei vostri post, soprattutto se siete insegnanti e quindi persone in un ruolo di responsabilità. Quando vi relazionate ad uno studente, sia in persona che attraverso i social media, dovreste mantenere dei confini, una linea etica che non deve essere attraversata. Siate morigerati nella vostra professionalità. Parlare della propria vita privata nella speranza di ottenere sostegno da amici virtuali, dice molto di voi: soprattutto, dice che non siete in grado di sostenervi da soli. Se avete bisogno di sostegno, rivolgetevi ad un terapeuta, o parlate con un amico in carne e ossa, di persona o al telefono. 
5. Smettetela di postare più volte al giorno per solleticare l'attenzione dei vostri followers. La dipendenza da social media è un fenomeno dei nostri giorni, e crea stati di debilitazione [sono molte le ricerche scientifiche e mediche a favore di questa tesi, N.d.T.] La necessità di ottenere più amici, likes e followers indica l'assenza di Yoga nella vostra vita, non la sua abbondanza. Rivela insicurezza, attaccamento e certo non libertà e serenità mentale. 

2. Diventate Educatori di valore
Recentemente ho parlato pubblicamente dell'importanza, per un insegnante di Yoga, di essere un Educatore e non una star cinematografica. Un Educatore può fare uso di Facebook per pubblicare articoli utili, o di YouTube per proporre discussioni filosofiche etc. I social media possono essere utilizzati in modo proficuo per educare, illuminare ed aiutare gli altri. Sfortunatamente, possono anche essere usati per accrescere il proprio ego, commercializzare il proprio corpo e ottenere una superficiale popolarità. La popolarità non dovrebbe, secondo lo Yoga, essere l'obiettivo di chi insegna questa disciplina. Essere un buon educatore, invece, è l'obiettivo che più si avvicina al fine dello Yoga. La popolarità dovrebbe derivare dalle nostre capacità di educare, mentre oggi sembra che sia prima di tutto importante essere famosi, mentre esperienza e capacità di insegnamento passano in secondo piano. 
Per uscire da questo calderone, dobbiamo riportare la nostra attenzione su ciò che conta veramente: il contatto personale e le capacità di insegnamento. Non è possibile insegnare Yoga in modo corretto attraverso il web. Lo Yoga richiede un contatto diretto con il corpo e, per un insegnante, il contatto diretto con esseri umani reali e indipendenti. Esseri umani che possono essere d'accordo con voi, o no, in un ambiente reale e tangibile. 
Concentratevi sullo studio e sull'esperienza. Siate dei buoni educatori, non delle star. Se non avete insegnato costantemente negli ultimi dieci anni, astenetevi dal condurre dei corsi per insegnanti. Fatevi un'esperienza autentica, prima. Se non siete davvero ferrati in anatomia e fisiologia, non siate in imbarazzo, prendete coscienza di questo limite e frequentate corsi che colmino le vostre lacune. Se non avete esperienza nella meditazione, non perdete altro tempo. Iniziate oggi stesso. 
Se siete pronti ad imparare, diventerete grandi insegnanti. Se vi interessa solo fare business, probabilmente non lo sarete mai. I social media possono aiutarvi a costruire un'attività, ma ricordate che vengono DOPO lo studio e la disciplina personale. 
3. Meditazione
Un punto interessante quando diamo un'occhiata alle posizioni dello Yoga, è la predominanza data alla flessibilità delle anche rispetto ad ogni altra area del nostro corpo. 
Ho preso un campione del mio libro Vinyasa Krama. Contiene una libreria di Asana di oltre 100 gruppi di posizioni e 400 singole posture. Le ho divise in quattro gruppi - asana che influenzano principalmente anche e gambe, asana che coinvolgono spalle e braccia, asana che coinvolgono entrambi ed altre in cui queste articolazioni non sono interessate. 
Campione totale: 154 gruppi di asana 
1. Anche e gambe: 92 su 154 = 60% 
2. Spalle e braccia: 34 su 154 = 22%
3. Entrambe: 18 su 154 = 12%
4. Nessuna: 10 su 154 = 6%

Trovo interessante che le posizioni che influenzano le anche sono la maggioranza. Oltre il 70% degli asana influenzano la flessibilità più che la forza, ed oltre il 60% degli asana che coinvolgono braccia e spalle richiedono più forza che flessibilità. Questa tendenza si trova in tutte le tradizioni dello Yoga. In ogni tradizione, in pratica, l'enfasi data alla flessibilità della parte inferiore del corpo è superiore rispetto alla forza della parte superiore. 
Arrivo al punto: perché in tutte le tradizioni Yogiche si da' maggior enfasi alla flessibilità delle anche, rispetto ad altri aspetti corporei? 
Semplicemente perché l'obiettivo principale della pratica di Asana è prepararci fisicamente e psicologicamente alla meditazione. Non importa se questo è il vostro personale obiettivo: è il motivo per cui esistono gli Asana. Siete liberi di usare la pratica fisica dello Yoga solo per migliorare la vostra salute corporea ma questo NON è l'obiettivo dello Yoga. Il suo fine è la salute psicologica e la liberazione spirituale. 
Perciò, se professate di insegnare Yoga ma non meditate con regolarità, sarebbe meglio dire che siete insegnanti di Asana. Non c'è niente di male: sicuramente sarete di aiuto ai vostri studenti e alla comunità yogica. Ma ritengo che, quando parliamo di Yoga, sia importante essere precisi. 
Per quanto riguarda me, non considero la pratica dei soli Asana particolarmente spirituale. Lo stesso vale per i social media: più una persona si dimostra centrata sul proprio corpo, più tenderà ad auto-intrappolarsi su mezzi di comunicazione che evidenziano il corpo. E viceversa. 
Faccio un altro esempio: vi capita spesso di vedere foto di noti insegnanti di meditazione mezzi nudi sulla spiaggia? Direi di no. La conclusione per me è che chi fa un uso eccessivo dei social media, entra automaticamente nella lista degli insegnanti che mi interessano di meno. 
D'altro canto, se vedo un post interessante, educativo e informativo, sono ben felice di mettere il mio like, di mostrare il mio sostegno e di condividerlo con altri. E' bello essere positivi e sostenere praticanti e insegnanti genuini nel loro intento di educare senza essere eccessivamente autoindulgenti. Utilizzare i social media può essere utile: ciò che importa è evitare di abusarne. 
Om Shantih
Matthew Sweeney"

venerdì 21 ottobre 2016

Insegnare Yoga nell'era dei social media

Era da un po' che non trovavo l'ispirazione a postare una riflessione sul mio blog. Il motivo? Diciamo che nell'era della sovraesposizione mediatica, in cui chiunque può diventare famoso, troppo famoso, semplicemente perché posta continuamente foto/immagini/post, non volevo pubblicare un articolo fine a se stesso, considerazioni vuote e di nessuna utilità per chi pratica o si avvicina alla pratica. 
In fondo, il mio blog è nato per essere una sorta di "servizio" per i vagabondi del dharma, un luogo dove i post di insegnanti e autori internazionali vengono tradotti a beneficio del pubblico italiano, che con l'inglese a volte è un po' pigro. 
Oggi finalmente l'occhio è caduto su un post molto interessante, pubblicato sul blog di The Yoga Space . Il titolo, tradotto, suona più o meno così: "Quest'anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga". Beh, devo dire che quest'anno, ho considerato anche io seriamente di smettere. E proprio per le stesse ragioni esposte in questo articolo... social media overdose. Premessa obbligatoria: riconosco la mia buona dose di vanità, e sono una regular su facebook e instagram. A mia discolpa, cerco di fare poco circo, di postare me stessa più che i miei "asana achievements", e di rispettare la spiritualità della disciplina che ho scelto. Trovo inoltre che ci siano, là fuori, insegnanti che genuinamente cercano, attraverso i social, di dare un contributo autentico a chi pratica, attraverso consigli tecnici spesso utilissimi. Nonché fotografi e videomakers che hanno saputo toccare la poesia della pratica con il loro meraviglioso lavoro. Eppure sempre più mi accorgo che postare sta diventando una sorta di "obbligo" per dimostrare di esistere su quello che, da pratica spirituale, sta diventando un vero e proprio "mercato". 
Ma leggiamo cosa scrive questa insegnante australiana. Come sempre lasciando a voi ogni considerazione.

"Quest'anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga.
Non perché non ami il nutrimento che ricevo dalla mia pratica, o il privilegio di insegnarla ad altri. Ma per ciò che lo yoga è diventato oggi, per l'atteggiamento di molti insegnanti, e per come lo yoga viene "commercializzato". Soffro, insomma, di "burn out" yogico.
Pratico da 21 anni, e insegno da molto tempo. A 19 anni, lo yoga mi sembrava qualcosa di profondo, di reale: un rifugio, una pratica spirituale. E' sempre stato così per me, lo yoga è una pratica meditativa attraverso la quale torno a casa, dentro me stessa. Il mio credo e le miei idee si sono evolute nel tempo, ma l'essenza dello yoga, per me, è coltivare l'amore ed entrare in una profonda relazione con se stessi e con il mondo che ci circonda. 
Ma qualcosa è cambiato nella percezione e nella visione dello yoga.
E credo che abbia molto a che fare con l'avvento dei social media. I social media hanno contribuito alla trasformazione di una pratica spirituale in un settore di mercato. Si applaude la prodezza fisica, si incoraggiano le "sfide a colpi di asana", prolifera il product placement, e l'eccessiva presenza di donne bianche, benestanti e senza figli, con una bassa percentuale di grasso corporeo è chiaramente imperante nell'arena del web.
Lo yoga è diventato principalmente un fatto corporeo. O quantomeno, questo è quello che vogliono farci credere attraverso i social media molti tra gli insegnanti più famosi. O forse dovrei dire che per molti lo yoga è sempre stato solo un fatto corporeo, e i social media, semplicemente, ce lo stanno facendo notare? In un mondo basato sull'apparenza fisica e su ciò che indossiamo, rischiamo di perdere l'esperienza di intere generazioni di insegnanti, perché non possono competere e non fanno parte della nuova yoga #tribe o #community in cui l'artificio è indissolubilmente legato all'età, al colore della pelle, al peso e all'abilità fisica.
Lo Yoga è oggi il circo che, nelle speranze di Pattabhi Jois, non avrebbe mai dovuto diventare. Non solo metaforicamente ma proprio letteralmente - gli insta yogis si rivolgono nella vita reale ad allenatori circensi per raffinare i loro asana (non fraintendetemi: se avessi soldi e tempo, mi divertirei anche io ad assumere un allenatore circense ma... non lo definerei yoga).
I social media hanno inoltre dato voce alla "falsa" comunità che si accompagna allo yoga. Lo yoga è una pratica emotiva, profondamente personale e idiosincratica. Può creare uno zelo nei praticanti che rende difficile vedere ciò che è esterno alla loro comprensione della pratica, dell'insegnamento ricevuto, della tradizione seguita. Le persone diventano iper protettive nei confronti della loro scuola, dei "loro" studenti, del loro "brand". Spesso, nella loro inesperienza come insegnanti novelli, questi "maestri" non capiscono che gli studenti vanno e vengono, le scuole si evolvono e cambiano nel tempo, e che essenzialmente, nello yoga, ognuno è il proprio "brand" - ed è per questo che l'etica personale (yama e niyama) è così importante. Le comunità basate sullo zelo eccessivo alla fine crollano, si consumano, perché le crisi di potere e gli scontri egoici, in cui diventa impossibile piegarsi all'umile compromesso, sono inevitabili.
Esistono ovviamente comunità genuine, ma sembra che il pettegolezzo e le pugnalate alla schiena non siano assenti nel mondo dello yoga, proprio come avviene in ogni sport competitivo. Quest'anno, dopo aver letto il mio nome accanto alla definizione "narcisista yogica", più che ferita mi sono sentita scioccata per la volgarità e la totale mancanza di gentilezza del commento. Per me, questo episodio riassume ciò che lo yoga è diventato per alcuni: un luogo privo di etica e in cui il contenimento e l'introspezione non esistono. Ultimamente, tutto sembra essere concesso nello yoga, nel parlare di yoga o nel parlare di chi fa yoga. Un atteggiamento che francamente non mi piace.
Nel riconsiderare il mio rapporto con l'essere una "insegnante di Yoga", ho pensato di limitare l'uso del mio profilo facebook. Principalmente perché non voglio parlare di Yoga o ascoltare le opinioni altrui sullo Yoga. Perché?
Perché lo yoga è privato.
Per me lo yoga è sempre stato un rituale privato, una pratica quotidiana di igiene e reset mentale. E' ciò che mi aiuta ad essere me stessa in modo più autentico: ad essere più aperta, più amorevole, meno preoccupata. Sembra un paradosso ma essenzialmente, l'intensità dell'impegno di una pratica quotidiana mi ha dato maggiore libertà.
Al tempo stesso, sento la presa dell'attuale rappresentazione dello Yoga. Ogni tanto, mentre mi arrabatto tra gli impegni del quotidiano, la stanchezza e gli infortuni fisici, sento il mio giudice interno redarguirmi su come dovrebbe "apparire" la mia pratica. Nonostante ventun anni di pratica, non sono ancora immune dall'impatto delle (errate) rappresentazioni dello yoga di oggi.
E' strano, perché questo sguardo esterno non ha fatto parte della mia pratica nei primi dieci anni sul tappetino. Ma ora, superati abbondantemente i 40 anni, non tanto spesso, ma pur sempre a volte, avverto i semi del dubbio spuntare nella mia mente, mentre cerco di accettare i cambiamenti del mio corpo. Pratico da molti anni, forse da più anni di tante "yogalebrity", ma il mio corpo risponde in modo diverso. Gli asana non conoscono la meritocrazia, e saremmo sciocchi a pensarla diversamente.
Mi solleva constatare che questi pensieri non sono costanti, e che questo sguardo esterno non si è interiorizzato. Mi sento spesso felice e in pace, durante la mia pratica. Al di là delle sofferenze personali che l'internalizzazione di un simile sguardo potrebbe creare, mi si spezzerebbe il cuore se i miei insegnamenti perpetuassero una versione così limitata e corporea dello Yoga. Ciò che ho capito nel considerare di abbandonare l'insegnamento, è che insegnare yoga è qualcosa che AMO.
In realtà, io VOGLIO insegnare yoga. Non voglio insegnare lo yoga che vediamo sui social, non sono una insegnante incattivita, che vuole far mostra delle sue conoscenze anatomiche e raffinare severamente le tecniche di jump back dei suoi studenti (ma sono felice di aiutarli se me lo chiedono). Nella mia mente, lo yoga per molti versi non può essere insegnato: possiamo solo offrire il contesto e gli strumenti perché i praticanti lo scoprano da soli. Sembra un luogo comune ma lo yoga è un viaggio, e come insegnante desidero solo condividere questo cammino con gli altri, essere testimone dei loro cambiamenti, e aiutarli ad abbracciarli. Lo Yoga, per me, è entrare in una relazione d'amore e gentilezza che inizia da se stessi e arriva al mondo intero. E' essenziale che questa relazione non sia mediata da internet o da altri. E' di scarso aiuto riempirsi la testa delle idee altrui sullo yoga. Per molti anni ho fatto io stessa i conti con la voce di un insegnante troppo severo, che mi diceva cosa dovevo fare e cosa no - facendomi sentire, di fatto, inadeguata.
Oggi nella mia testa mentre pratico non c'è nessuno, a parte la presenza cosmica di Guruji Sharath e Saraswathi, un calore e un sostegno che non mi mettono con le spalle al muro né mi spingono a fare/dare sempre di più. Oggi so che essere sul tappetino è già abbastanza. La mia pratica è già abbastanza; il mio modo di insegnare è già abbastanza. E se non è abbastanza per qualcuno, troveranno un insegnante che darà loro ciò di cui hanno bisogno in questo momento della loro esistenza.
Nel contemplare la possibilità di smettere di insegnare, ho capito che, oltre ad essere qualcosa che amo, il mio modo di insegnare può essere una alternativa a ciò che ci viene propinato dai social. Voglio che altri insegnanti con decenni di esperienza restino attivi, e per questo motivo continuo a comunicare l'esistenza della mia scuola. La mia speranza è che finché mi sarà possibile navigare le acque della rappresentazione moderna dello yoga con la mia esperienza, potrò contribuire a mantenere viva la tradizione di una Mysore room in cui ci sia spazio per la rivelazione e la guarigione."

Firmato: Una Insegnante, The Yoga Space



martedì 20 settembre 2016

Praticare attraverso la sofferenza

Pic by Sigismondi Photography
Passiamo la nostra vita cercando di evitare la sofferenza.
Creiamo protezioni e parabordi intorno al nostro cuore nella speranza che nessuno riesca a penetrare le nostre difese, causandoci dolore. Ma la sofferenza fa parte del nostro percorso di esseri umani e, privandocene, evitiamo di crescere, erigiamo mura altissime che ci rendono sempre più egoici ed egoisti, sempre meno sensibili all'altro. Non solo: la sofferenza è inevitabile, e quanto più le resistiamo, tanto più ci colpirà con forza. Questo è vero in ogni area della nostra esistenza. Soffriamo per amore, per le sconfitte professionali, per le delusioni che ci provocano gli amici, i colleghi, per la perdita degli ideali in cui avevamo riposto le nostre aspettative. Già, le aspettative: quelle malsane idee che ci creiamo quando iniziamo una nuova avventura. Una nuova relazione, in cui proiettiamo i nostri sogni. Un nuovo lavoro, su cui costruiamo i castelli delle nostre ambizioni. E così via. Spesso siamo bravissimi ad illudere noi stessi: "io non mi creo aspettative su nulla e su nessuno". Una deliziosa bugia che ci raccontiamo ad ogni nuovo inizio. Sul tappetino questo nostro atteggiamento si riflette nell'approccio alla pratica. Alzi la mano chi non ha mai desiderato "andare avanti", affrontare un nuovo asana, una nuova serie. Chi non si è mai posto degli obiettivi o dei traguardi, da sostituire, una volta raggiunti, con il prossimo? Esattamente come facciamo nella vita di tutti i giorni, in un circolo senza fine di desideri che non trovano mai soddisfazione.

La pratica può diventare un grande alleato nel modo in cui affrontiamo il dolore, la sofferenza. Se restiamo attaccati alla sofferenza, il nostro corpo la riflette, irrigidendosi in aree corrispondenti. Quando invece saliamo sul tappetino con un atteggiamento di resa, di offerta, la pratica inaspettatamente ci regala momenti di grande introspezione e di sollievo. Quando cerchiamo di resistere a qualcosa - e la sofferenza non fa eccezione - veniamo investiti da un'onda energetica di portata equivalente alla nostra volontà di resistere. L'impatto a volte crea ancora più danni. Quando invece lasciamo che la sofferenza ci attraversi, quando la accettiamo, la sua potenza si trasforma in un alleato. Non avverrà in poche ore, o in pochi giorni. Ma un giorno saliremo sul tappetino e diremo a noi stessi prima della pratica: "ecco, ti offro la mia sofferenza. Usala per praticare". E quel giorno la nostra pratica avrà un sapore diverso, una leggerezza diversa. Forse sarà proprio quel giorno che l'asana tanto rincorso avverrà, spontaneamente, senza eccessivo sforzo. O forse no: ma non ce ne accorgeremo, perché la nostra pratica sarà stata comunque splendida e completa.

Non dimentichiamo, alla fine della nostra pratica, di restare in shavasana. Di lasciare che il corpo torni a cedere alla forza di gravità, si faccia accogliere dalla terra, ne diventi parte, ne assorba l'energia. Shavasana è forse uno degli asana più difficili perché richiede al nostro corpo, al nostro io, di fare qualcosa per cui non è programmato: stare immobile. Ma è solo nell'immobilità successiva alla pratica, che possiamo accogliere la rivelazione che stiamo aspettando. Magari la risposta all'origine della nostra personale sofferenza, che poi altro non è se non una declinazione soggettiva della sofferenza di tutti gli esseri umani. L'aspettativa delusa di non essere onnipotenti, di non poter far andare le cose come vogliamo, di dover cedere al fatto che non possiamo controllare molto, in realtà. E forse è proprio da qui che può nascere una nuova forma di felicità, slegata dall'idea di possesso, perché, in fondo, non possediamo davvero nulla. E in questa assenza di possesso, materiale, emotivo, energetico, spirituale, troviamo un dono ancora più prezioso: la libertà dai limitanti desideri dell'ego.




sabato 30 luglio 2016

Iain Grysak: "Diventare Animali: Ashtanga Yoga e Meditazione per lo sviluppo dell'Intelligenza Organica"

Sono molto grata a Iain Grysak sia per aver scritto questo interessantissimo articolo (qui il link alla versione originale), che per avermi dato l'opportunità di tradurlo per i praticanti italiani. Iain Grysak è fondatore di Spacious Yoga a Bali, e pratica Ashtanga Yoga da 16 anni. La sua esperienza, arricchita dalla meditazione Vipassana, è davvero utilissima a tutti noi praticanti. Non nego che la lettura di questo saggio mi ha letteralmente ipnotizzata: trovo che le idee di Iain in tema di spiritualità siano quanto mai importanti nel momento storico che la nostra umanità sta vivendo. Solo tornando Animali possiamo sopravvivere a Kali Yuga.
Iain Grysak

"Diventare animali: Ashtanga Yoga e Meditazione per lo sviluppo dell'Intelligenza Organica"

"Uno dei praticanti del mio programma Mysore mi ha chiesto recentemente: "Se una postura è più facile da un lato rispetto all'altro, devo trattenere lo sforzo dal lato più aperto per compensare il lato più chiuso?" 
La mia risposta nasce da quello che considero uno degli aspetti più belli della pratica Ashtanga. Il testo che segue è una versione più ampia della mia risposta a questa domanda:
"Non cercare di indirizzare coscientemente l'intelligenza organica del corpo. La sequenza in sé ed i vinyasa contengono una profonda intelligenza. Sono stati progettati per ricostruire il corpo attraverso molti anni di pratica quotidiana. Il corpo ha, inoltre, una sua innata intelligenza organica. L'intelligenza del corpo interagisce con l'intelligenza della pratica in un modo sottile, che nemmeno il massimo esperto di anatomia può vedere chiaramente.
I modelli di tensegrità che stabilizzano il corpo esistono all'interno di una vasta e complessa rete che ha una propria intelligenza intrinseca. Ciò che osserviamo in superficie può talvolta apparire illogico - come un lato del corpo che si apre di più rispetto all'altro, o alcuni tipi di dolore transitorio. Ma, se potessimo vedere ciò che sta accadendo sotto la superficie, nella miriade di complesse interazioni organiche che non possiamo percepire direttamente, ciò che sta accadendo ha un suo perfetto senso. L'espressione esterna del corpo è semplicemente un fenomeno passeggero, il sottoprodotto di un più vasto processo interno. L'intelligenza organica e istintiva del corpo sa molto bene ciò che sta facendo. Spesso è meglio non imporre le idee coscienti sui processi corporei in atto, perché le nostre idee coscienti si basano su informazioni molto limitate - l'espressione esterna che si vede in superficie.
Dobbiamo fidarci dell'intelligenza innata del corpo che dirige questo profondo processo interiore nel miglior modo possibile. In questo modo rilassarsi è più facile: si cede a qualcosa che in realtà non richiede manipolazione cosciente. Eseguite tutte le posture e i vinyasa della vostra pratica ogni giorno, in ordine, con sensibilità e consapevolezza. Qualunque parte del corpo si apra in quel particolare giorno, lasciate che accada. Non trattenetela. Qualunque parte del corpo resista in quel particolare giorno, non forzatela. Rispettate questa resistenza, non contrastatela ma piuttosto incontratene i limiti. In questo modo, la pratica fluisce spontaneamente e riusciamo ad osservare la sua magia dispiegarsi interiormente, cambiando quotidianamente i campi di tensione e rilassamento nel corpo. Un viaggio meraviglioso che cambia e si evolve nel tempo". 
Ho una pratica quotidiana delle prime 4 serie dell'Ashtanga Yoga, senza alcuna alterazione alla sequenza, da 13 anni. Quanto scritto sopra descrive, in base alla mia personale esperienza e all'osservazione di centinaia di praticanti che ho seguito, la mia percezione su come questo sistema funziona al meglio e in modo sano sul corpo umano. Il concetto di "resa" ad un'intelligenza superiore è la chiave di questa esperienza.
Credo che la "resa" sia una proprietà intrinseca di una mente umana sana. La mente umana ha una forte tendenza alla concettualizzazione, nel tentativo di controllare sia ciò che è dentro che ciò che è "fuori". Si tratta di una capacità meravigliosa da usare quando è opportuno. E' però anche importante capire che senza resa, o rinuncia al controllo, non esiste rilassamento. Se cerchiamo continuamente di controllare e manipolare noi stessi e ciò che ci circonda, saremo in costante stato di stress: una condizione patologica. Lo stress è malsano per qualsiasi organismo. Una certa tensione è necessaria perché la vita si concretizzi, e un certo grado di manipolazione e concettualizzazione cosciente aumenta la nostra qualità della vita, ma un equilibrio dinamico tra uno stato di tensione (o stress) e relax (o resa) è probabilmente più funzionale e sano. Questo equilibrio è un'altra forma di bandha.
Nei sistemi spirituali e religiosi il concetto di "resa" è un ingrediente essenziale nel percorso di liberazione. In altri articoli, ho discusso di come questa resa spesso si trasformi nel cedere il proprio potere personale - a un dio, a un guru, al dharma, ad un concetto, ad un ideale immaginato e irraggiungibile, ecc. In questi contesti, per molti la resa diventa una sottile ma potente forma di controllo e sudditanza, che esprime una mancanza di autostima. Le religioni moderne e la spiritualità si sono radicate culturalmente capitalizzando sulla necessità intrinseca e caratteristica della mente umana di "cedere", alimentandola con concetti astratti nobili cui arrendersi, come gli dei, i guru, i cieli e gli ideali di liberazione.
Non è un caso che le moderne forme di religione e di spiritualità si siano sviluppate circa 10.000 anni fa, insieme all'agricoltura, e al percorso di espansione e crescita incontrollata dell'umanità. La necessità di organizzare un maggior numero di persone in reti sempre più cooperative, basate su sempre più innaturali mansioni specializzate richiedevano una ideologia, un mito, una storia condivisa comune su cui concordare e a cui vincolarsi. La religione e la spiritualità si sono evolute per svolgere questo ruolo fondamentale per le società, organizzate sul lavoro.
I concetti religiosi e spirituali che pretendono di essere di origine divina, sono quindi essenzialmente insindacabili per noi mortali e imperfetti per svolgere questo ruolo. I primi uomini moderni, al fine di ottenere la libertà, il cielo, la salvezza, o la pace eterna, dovevano arrendersi alle richieste delle potenze superiori - gli dèi, i guru, i concetti, gli ideali di liberazione - che governavano l'universo. Un metodo che si è rivelato molto efficace e ha permesso alle popolazioni di continuare a cooperare ed espandersi, fino al punto che abbiamo raggiunto ai giorni nostri, che hanno ben poco a che fare con il nostro sé organico, con le radici animali che ci connettono alla rete delle specie presenti sul pianeta terra.
Questo sistema era funzionale all'incremento numerico della nostra specie nelle prime fasi della rivoluzione agricola. Tuttavia, superate alcune delle leggi dell'evoluzione biologica della nostra specie, siamo arrivati ​​a un punto di crisi profonda, e la nostra stessa sopravvivenza è ormai in gioco, a meno che non riusciamo a spostare radicalmente la nostra visione del mondo e della realtà.
Se la resa è una caratteristica intrinseca di una mente umana sana, allora doveva già essere presente prima della nascita dell'agricoltura, della religione e della spiritualità moderne, 10.000 anni fa. E 'probabile che i nuovi concetti religiosi astratti a cui gli esseri umani hanno imparato ad arrendersi, abbiano sovvertito le modalità di resa che appartenevano da milioni di anni agli esseri umani.
Penso che nell'era dei cacciatori/raccoglitori, precedente a quella degli agricoltori, la resa della mente fosse quella spontanea, appartenente all'intelligenza biologica innata del nostro organismo. Sebbene sia impossibile definire lo stato di coscienza degli esseri umani pre-agricoli, possiamo ipotizzare sulla base di osservazioni antropologiche che poche società di cacciatori/raccoglitori siano sopravvissute nel mondo moderno.
Nelle ere pre-agricole, gli esseri umani trascorrevano probabilmente gran parte della loro esistenza in uno stato animale, nell'incarnazione dell'intelligenza organica. Una eccezionale forma di auto-consapevolezza e di comprensione di sé, che poneva grande fiducia nelle capacità istintive dell'uomo. Uno stato di coscienza e consapevolezza di sé è molto diverso rispetto a quello della nostra mente attuale, dominata dal razionalismo e dall'analisi.

Per sopravvivere nella foresta, senza la rete di sostegno di una società umana moderna, i sistemi sensoriali e percettivi di questi esseri umani dovevano essere estremamente elevati. Chi non possedeva queste qualità non poteva sopravvivere. La coscienza restava nel quadro organico, e questo probabilmente portava ad un profondo senso di fiducia - o capacità di resa - all'intelligenza biologica innata. Immagino fosse una modalità esistenziale completa, e probabilmente le le crisi e sentimenti di disconnessione esistenziale così forti nel mondo moderno erano sconosciute. Probabilmente non erano necessarie elevate aspirazioni spirituali, perché una vita che percepisce il suo posto all'interno di una rete di diverse specie viventi era probabilmente piena e completa sotto ogni profilo.
Gli esseri umani moderni si trovano a fronteggiare una grave crisi come specie: stiamo letteralmente avvelenando il pianeta di cui facciamo parte e a cui affidiamo la nostra sopravvivenza. E 'del tutto possibile che in un futuro non troppo lontano, il pianeta terra potrebbe non essere più in grado di ospitare la vita, e che l'homo sapiens si estingua. Credo che la ragione fondamentale per cui stiamo permettendo che questo accada è che negli ultimi 10 000 anni, siamo passati da una realtà e una consapevolezza di sé che si basa sull'intelligenza intuitiva, istintiva e organica ad una realtà ed esistenza che sono solo un'astrazione della mente umana. Il nostro senso di sé e la consapevolezza si basano oggi sulle idee e i suggerimenti di concetti costruiti artificialmente, invece che sulla realtà fisica e organica dei nostri corpi e del pianeta di cui facciamo parte. 
Yuval Harari dà una descrizione molto lucida della differenza  tra la realtà fisica e la realtà fittizia e immaginaria che gli esseri umani hanno creato e in cui esistono oggi. L'obiettiva realtà fisica di alberi, fiumi, vento, rocce, animali, così come la nostra intelligenza intuitiva sono la nostra eredità biologica. È la realtà in cui vivevamo gli esseri umani per milioni di anni prima della rivoluzione agricola. Nel corso degli ultimi 10.000 anni e soprattutto in tempi molto recenti, la realtà fisica e obiettiva è stato quasi completamente sostituita da una realtà immaginaria creata dalla mente umana. Denaro, paesi, culture, le società, le leggi, religioni, cieli, inferni e déi non hanno alcun fondamento nella realtà fisica. Eppure basiamo quasi tutte le nostre abitudini di vita, i comportamenti e le decisioni su queste entità fittizie create dalla mente umana. Come dice Yuval Harari nel suo discorso, queste entità immaginate ora sono le forze più potenti del mondo, anche se non sono reali. Non è un caso che il potere di queste creazioni dell'immaginazione umana aumenti proprio quando la realtà oggettiva di laghi, fiumi, alberi e animali viene maltrattata, ignorata e distrutta.  
Ma non è solo la realtà oggettiva di queste entità fisiche ad essere dimenticata e trascurata: anche la realtà della nostra intelligenza istintiva e organica è stata progressivamente abbandonata. Quanti sono oggi in grado di percepire davvero cosa accade dentro di loro, quali sono le conseguenze fisiche delle loro decisioni, dei loro comportamenti, delle loro azioni? Credo siano davvero in pochi a vivere così. La maggior parte delle decisioni, delle azioni e dei comportamenti si basano su ideologie prefabbricate e su aspettative sociali, culturali, familiari, lavorative, religiose. 
Da dove viene la capacità di resa dell'essere umano moderno? E' un concetto astratto, o fa parte dell'intelligenza organica intuitiva dei nostri corpi? Penso che rispondere a questa domanda riassuma ciò che è sbagliato nel mondo di oggi, sia in termini di benessere intrapersonale che dei nostri problemi collettivi di specie.
Se cerchiamo una soluzione rivolgendoci a pratiche spirituali, allora dobbiamo sincerarsi di non usarle per perpetuare il problema. Come già esposto, ritengo che spiritualità e religioni moderne siano parte di questo processo di astrazione, della produzione di una realtà fittizia. Qualsiasi pratica spirituale che ci chieda di dare il nostro potere ad una fantasia, non ci aiuta nella crisi che stiamo affrontando. Quasi tutte le religioni e le pratiche spirituali rientrano in questa categoria.
Ciò che può aiutarci sono invece le pratiche che ci aiutano a riscoprire e approfondire il nostro rapporto con noi stessi coltivando, e infine arrendendosi, all'intelligenza intuitiva e organica del nostro essere. Tali pratiche contribuiscono ad accrescere la fiducia in noi stessi dandoci un senso di interezza. Dobbiamo smettere di prestare fede e fiducia in idee e ideali, e iniziare a coltivare la nostra intelligenza organica. Dobbiamo smettere di cedere ai capricci degli déi, del lavoro, dei paesi, della cultura e del denaro, e iniziare ad arrenderci al potere e all'intelligenza che si esistono nei nervi e nella carne di questo nostro animale corpo umano. Ricollegandoci al rispetto e allo sviluppo della natura fisica, diverrà naturale riconettersi al rispetto della realtà oggettiva di alberi, fiumi, rocce e animali. Il percorso del ritorno a casa verso la natura inizia attraverso i nostri corpi.
Torno quindi alla descrizione del processo della pratica Ashtanga con cui ho iniziato questo saggio. Da 16 anni pratico quotidianamente due tra le più potenti tecniche di auto-realizzazione a nostra disposizione - l'Ashtanga Yoga e la Meditazione Vipassana. Entrambe queste tecniche sono collegabili a dogmi e ideologie prodotti dalla mente umana. Con questo non voglio dire che la filosofia che circonda queste tecniche sia inutile. Certo, alcune delle idee e dei concetti mentali che abbiamo creato sono positivi e utili.
Eppure, dopo 16 anni di pratica con mentalità aperta e spirito di sperimentazione, ritengo che il motivo per cui queste tecniche funzionano non si collega a ideologie e concetti, ma al loro utilizzo come modalità di incarnazione della coscienza e di sviluppo della mia intelligenza organica.
Che io sia seduto in meditazione a sperimentare il flusso sottile di sensazioni in ogni parte del mio corpo e del mio essere, che io esegua con il mio corpo e con il respiro una faticosa sequenza di asana e vinyasa, l'essenza di ciò che faccio è la stessa. Quando pratico una di queste tecniche, pratico la resa della mia mente razionale e analitica, abbandono il dominio delle idee, e mi arrendo all'intelligenza organica e alla realtà fisica del mio corpo umano, delle sue sensazioni e dei suoi sentimenti. Molti considerano gli asana come un modo per allenare il corpo e la meditazione come un modo per formare la mente. Per me, sono solo le due facce di una stessa moneta. Sono entrambe pratiche somatiche estremamente efficaci per coltivare e approfondire la sensibilità della nostra intelligenza intuitiva e istintiva.
In entrambe queste tecniche, ci sono stadi di apprendimento che richiedono una comprensione razionale e analitica. Nella meditazione Vipassana, dobbiamo imparare ad esempio a scansionare e mettere a fuoco le diverse parti del nostro corpo. Nell'Ashtanga Yoga, dobbiamo imparare a muovere il respiro all'interno del corpo, apprendere la sequenza di asana e vinyasa, allineare correttamente il corpo, ecc. Eppure, questi sono solo aspetti molto superficiali di queste discipline. Sono solo una porta che si apre su una esperienza molto più profonda di incarnazione, su uno stato di coscienza intuitiva e istintiva.
In una matura pratica di meditazione Vipassana, una volta compreso come muovere la consapevolezza attraverso il corpo, la mente cosciente può fare un passo indietro e lasciare che prendano il sopravvento gli aspetti intuitivi del processo. In molte delle mie sedute di meditazione, entro in uno stato onirico in cui continuo ad eseguire la scansione del corpo, mentre la mente cosciente resta sospesa e l'esperienza dominante è quella di immagini e visioni del subconscio. Una percezione organica del sé molto profonda -  gli strati più sottili della dei tessuti somatici si fondono con le immagini mentali corrispondenti, senza sovrapposizione di ideali coscienti o ideologie. Si entra in uno stato di profonda guarigione. I percorsi a volte dannosi della psiche vengono interrotti e riconfigurati. In queste sedute, si riduce sensibilmente il bisogno di sonno e del sogno.
Anche in una matura pratica Ashtanga la direzione cosciente dovrebbe essere ridotta al minimo. Una volta imparata correttamente la sequenza vinyasa, i principi di respirazione e di allineamento, tutto ciò che resta da fare è chiudere la mente analitica e fluire attraverso la pratica istintivamente e intuitivamente. E' qui che avviene la vera magia. Quando la mente fluisce semplicemente con il respiro e il movimento - e soprattutto con i più sottili movimenti interni collegati ai bandha - sentiamo che l'intelligenza dinamica del corpo organico prende il sopravvento. Il corpo capisce intuitivamente come muoversi o non muoversi. Capisce dove espandere e rallentare il respiro, come scivolare più in profondità in una posizione, e quando ritrarsi e non forzare una eventuale resistenza. Alcuni professionisti maturi dicono di raggiungere uno stato in cui "un'altra forza" muove il loro corpo e il loro respiro attraverso la pratica. Questa forza è certamente collegata ai bandha, ma la sua essenza è l'intelligenza organica, intuitiva, animale. Arrendersi a questa intelligenza ci porta un profondo benessere. Quando la mente analitica consapevole sovrappone le sue idee e i suoi ideali alla pratica e sovverte l'intelligenza organica, arrivano i problemi: mancanza di fiducia in se stessi, calo di autostima e auto-accettazione. Entriamo in un terreno fertile per eventuali lesioni.
Un'analisi consapevole e oggettiva delle tecniche di respirazione o di allineamento è utile e necessaria soprattutto nelle fasi iniziali della pratica. Ma, in una pratica matura che diventa tecnica di auto-realizzazione e campo per coltivare la nostra intelligenza biologica, questa analisi cosciente dovrebbe costituire solo una piccola percentuale della nostra energia e attenzione. Una pratica analitica e oggettivante è molto più superficiale di una pratica che scaturisce da uno stato puramente intuitivo e istintivo dell'essere.
Quando si è in grado di praticare in modo intuitivo, l'auto-pratica in isolamento diventa spesso preferibile alla pratica in gruppo guidata da un maestro. Mi si chiede spesso se preferisco praticare da solo per la maggior parte dell'anno, senza la guida di un insegnante, o approfondire la mia pratica e progredire con un insegnante. La verità è che quasi tutte le mie pratiche più belle e profonde si verificano nell'intimità della mia solitudine, nelle prime ore del mattino. È più facile scivolare in uno stato di pura incarnazione quando non si è preoccupati di essere osservati da altri, o di seguire istruzioni altrui. Quando siamo soli, e al buio, siamo costretti a sentirci di più.
E 'bene seguire un insegnante di tanto in tanto, e se si ha la fortuna di vivere vicino a un buon insegnante, va benissimo praticare per la maggior parte del tempo nella shala dell'insegnante. Tuttavia, tutti i praticanti davvero avanzati dovrebbero sforzarsi di essere il più possibile indipendenti nella loro pratica. Affidarsi ad un insegnante per andare "più in profondità" significa cedere il proprio potere, affidare potere al maestro, e minare la capacità di arrendersi e sviluppare fiducia nella propria intelligenza organica intuitiva.
Un buon insegnante ne è ben consapevole. Un buon insegnante sa quando un praticante è in grado di accedere alla propria intelligenza organica, e quindi richiede poca direzione esterna nella sua pratica. Un aggiustamento non necessario interromperà il processo interno dello studente. Come insegnante, maturando pongo sempre maggiore enfasi sulle capacità dei praticanti di progredire autonomamente all'interno del contenitore della Shala, con il minimo input da parte mia. I momenti migliori in insegnamento per me sono quando posso fare un passo indietro ed eseguire la scansione di una stanza con 20 e più praticanti, sentire che nessuno di loro ha bisogno della mia partecipazione. L'unico suono è quello del respiro di tutti, e tutti sono immersi nel loro viaggio interiore. Questa è la magia della pratica di gruppo: quando tutti praticano nello stato animale della coscienza organica e intuitiva.
Se uno studente ha bisogno di assistenza per raggiungere un asana particolarmente difficile, o se è bloccato, io lo aiuto. Anche ogni giorno per settimane o mesi alla volta. Ma, non appena ho la sensazione che questa persona abbia la capacità di trovare la propria strada, allora lascio la presa. E 'affascinante vedere l'intelligenza animale prendere il comando. Ognuno ha il suo modo unico e personale di trovare la strada giusta. Questo è anche il motivo per cui ritengo che sia importante non imporre ideali rigidi di allineamento. Per me, i momenti più appaganti come insegnante non sono quando aiuto fisicamente o verbalmente qualcuno a raggiungere una posizione, ma quando guardo questa persona imparare ad arrivarci da sola, senza il mio aiuto.
Non è solo attraverso lo yoga e la meditazione fisico che abbiamo accesso all'intelligenza organica del corpo umano e del nostro sistema nervoso. I nostri antenati cacciatori/raccoglitori probabilmente vivevano costantemente in questo stato. La loro vita e il loro rapporto sensoriale con il mondo e con animali, fiumi, vento, rocce e alberi erano completamente inseparabili. Facevano parte di questa insieme, vivevano in uno stato di totale incarnazione.
Qualsiasi attività che ci impone di essere sia fisicamente attivi e sensibili ci può aiutare a coltivare e approfondire la nostra fiducia nell'intelligenza organica. L'escursionismo è uno dei miei modi preferiti. Molto prima di scoprire lo yoga o la meditazione, facevo spesso trekking con un buon amico. Ci piaceva vagare per la foresta a tarda notte, camminare lungo i sentieri dei boschi, senza luci. Volevamo utilizzare altre abilità per sentire e attraversare la foresta senza inciampare o cadere. Sono abilità che si sviluppano molto facilmente e rapidamente, quando ci si arrende alle capacità innate del corpo umano. A volte uno di noi si lanciava in una corsa spontanea, e l'altro cercava di tenere il passo: decisioni improvvise per evitare rocce o alberi avvenivano in modo naturale e spontaneo. Le cose avvenivano troppo in fretta per dar modo alla mente cosciente e analitica di prendere decisioni. Era solo l'intelligenza organica a farci strada.
Mi sono ricordato di questa meravigliosa esperienza un paio di settimane fa, mentre scendevo attraverso un sentiero nel bosco dopo aver scalato Gunung Abang qui a Bali. La pista è stretta e ripida, e piena di grandi rocce, radici di alberi e fossi creati dalle erosioni. Camminavo verso valle piuttosto lentamente, scrutando con attenzione il terreno e facendo attenzione a dove mettevo i piedi. Dopo aver raggiunto un tratto particolarmente ripido, lo stress di continuare a muoversi lentamente e con attenzione era troppo, così mi sono lanciato in una corsa. Ho preso velocità e improvvisamente il mio corpo volava lungo il sentiero: era tornata l'esperienza familiare di prendere decisioni fulminee ad ogni ogni roccia, albero, fosso o curva imprevista. Ho provato un grande senso di libertà nell'abbandonare lo stress di calcolare ogni movimento, e nell'arrendermi alle reazioni organiche e istintive del corpo per giungere velocemente a valle. Anche se ogni mossa sbagliata a quella velocità avrebbe potuto provocare seri incidenti, la fiducia nella mia intelligenza organica del mio corpo mi dava la certezza che ce l'avrei fatta, sano e salvo. (...)
Come esseri umani , abbiamo trascurato o dimenticato queste capacità per troppo tempo. Eppure possiamo ancora svilupparle e perfezionarle. Osservare un praticante avanzato di Ashtanga ricorda il movimento aggraziato e organico di un animale nel suo ambiente. La qualità è la stessa, perché entrambi si muovono in base all'intelligenza organica, priva di manipolazione cosciente. Se le attività fisiche o sensoriali come il trekking (o qualsiasi tipo di sport) o la musica ci possono aiutare ad accedere all'intelligenza organica con facilità, credo che lo yoga e la meditazione spicchino come discipline particolarmente efficaci per coltivare in modo elevato questo strato della nostra natura umana .
Nell'Ashtanga Yoga, la tecnica di movimento del corpo e del respiro attraverso i Vinyasa ci permette di accedere allo strato più profondo e sottile del corpo, i bandha. I bandha non sono facilmente accessibili in altre forme di attività come il trekking, lo sport, la musica, ecc. I bandha ci accompagnano in un luogo ancora più profondo di incarnazione dell'intelligenza organica, risvegliando strati forse ancora non sfruttati del potenziale umano in questo ambito. Molti ritengono che queste tecniche portino verso stati alterati di coscienza. Preferisco pensare che ci conducano verso stati molto più profondi di incarnazione e verso un efficace approfondimento della nostra intelligenza organica.
Ma questo non avviene automaticamente. Deve esserci intenzione. Chi pratica yoga e / o meditazione affidandosi ai dogmi, imponendo ideologie alla loro pratica, finirà per oggettivare e deprimere il corpo fisico e l'intelligenza organica. Chi vede il corpo come qualcosa di "inferiore" o come un "ostacolo" da superare attraverso la pratica rigorosa certamente non diventerà più sensibili attraverso la pratica. Questo tipo di praticante di solito finisce per creare una maggiore dissonanza nel rapporto con il proprio corpo, finendo per provare sfiducia se non disprezzo per la sua intelligenza organica. Questo tipo di persona spesso mostra una mancanza di fiducia e di amore per se stessa, e l'assenza di una vera comprensione di sé. Quando parla della sua pratica, ne parla in termini di dogma e di sforzo, e non di esperienza personale. Vedo molti praticanti devoti di yoga e meditazione, che doverosamente e devotamente recitano mantra e preghiere, prima e dopo la pratica; ma osservandoli, non vedo sensibilità, fiducia o fede in se stessi, nel loro corpo, o nella disciplina che stanno praticando. La pratica diventa un ulteriore modo per diffidare del corpo e per cedere il proprio potere a un'idea. Sono persone che mostrano una scarsa sensibilità anche nel quotidiano. Invece di utilizzare le pratiche per aumentare sensibilità e consapevolezza somatica, le utilizzano per prendere le distanze dalla propria esperienza organica, sovrapponendo ad essa dogmi ed idee. 
Ritengo che sia importantissimo avvicinarsi a queste pratiche con l'intenzione di arrendersi all'intelligenza organica istintiva che vive all'interno dei tessuti corporei. Questa modalità ci conduce alla fiducia in noi stessi, all'amore verso noi stessi, e ci consente di accedere all'intelligenza animale biologica che fa parte del nostro patrimonio umano. Se queste pratiche devono contribuire a farci sentire parte del "tutto", allora dobbiamo riportare questo aspetto così a lungo trascurato e dimenticato nel nostro modo di essere. Se impariamo ad amarci e a credere in noi stessi e nella nostra "animalità", possiamo imparare di nuovo ad amare e rispettare il resto del pianeta terra, di cui siamo parte indissolubilmente, e possiamo tornare a contare su noi stessi per la nostra sopravvivenza e la longevità come specie.
Tornare totalmente ad un'esistenza da cacciatore/raccoglitore è, ovviamente, impossibile. Abbiamo abbandonato le nostre radici molto tempo fa, e non si può tornare indietro. E sono moltissime le idee meravigliose che abbiamo sviluppato negli ultimi 10.000 anni, idee che non possiamo e non dobbiamo abbandonare. Ritengo che il problema che ora dobbiamo affrontare è che ci siamo allontanati troppo dalle nostre radici, al punto che l'integrità e la longevità della nostra specie è diventata impossibile nelle condizioni attuali. E' necessario quindi un radicale cambiamento di percezione, che deve coinvolgere la re-introduzione della nostra intelligenza animale nel nostro modo di vivere e di essere. L'Ashtanga Yoga e la Meditazione Vipassana sono ottimi strumenti in questo processo, se scegliamo di usarli in questo modo."

- Iain Grysak